La spinta naturale di lasciare l’impronta del proprio passaggio nasce con l’uomo,  assieme all’esigenza innata di comunicare, trasformando  il pensiero nel gesto più istintivo: IL SEGNO.

Tutt’oggi accade che nel nostro quotidiano, quando vogliamo enfatizzare un concetto o abbiamo difficoltà nel comunicare col linguaggio verbale, istintivamente  ci avvaliamo di segnali, gesti e simboli,  in una sola parola: ARCHETIPI.

Oltre che su pareti rocciose e terre cotte, anche sulla pelle si tracciavano ruoli, gradi, esperienze, appartenenze, ma anche talismani, sigilli e simboli propiziatori.

Ci sarebbe per giunta l’ipotesi di uno scopo medico di questa pratica, come nel caso di un uomo vissuto 5300 anni fa,  soprannominato Otzi, sul cui corpo sono state rinvenute delle incisioni cutanee, in corrispondenza di degenerazioni ossee,  tinte sfregando del carbone polverizzato .

Il tatuaggio dunque, affonda le sue radici nel gesto sacro e curativo, comunica la propria autenticità, distingue e racconta.

Nel tempo, con il miglioramento esponenziale delle tecniche e l’ausilio di macchinari  sempre più tecnologicamente avanzati , questa pratica millenaria si svuota del suo significato più profondo, lasciando spazio quasi esclusivamente a  riproduzioni  di fattezze sopraffine  che fungono principalmente da decoro e ornamento.

Oggi, guardo alla figura del  TATTOO ARTIST  come sintesi  tra tesi archetipica e antitesi estetica, ponte che trasforma l’intenzione in sigillo.

Mirko Pugliese

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